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Copenhagen, Danimarca. Tra il 7 e il 18 dicembre 2009 si è svolto il vertice sul clima che ha fatto tanto parlare di sé. L’Europa, nel frattempo, veniva abbracciata da una morsa di freddo e neve degna delle migliori storie natalizie. All’interno dei saloni del Bella Center si cercava un accordo per tentare di interrompere il riscaldamento globale (il cosiddetto Global Warming), mentre fuori si battevano i denti dal gelo. Se uno non lo avesse visto penserebbe certamente a una barzelletta.
Ma facciamo un passo indietro. Il vertice è stato convocato in previsione della scadenza del trattato di Kyoto nel 2012. Il vecchio accordo prevedeva l'obbligo in capo ai paesi industrializzati di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 5% rispetto alle emissioni del 1990, al fine di diminuire il riscaldamento globale provocato dall’uomo. Perché il trattato potesse entrare in vigore, si richiedeva che fosse ratificato da non meno di 55 nazioni firmatarie e che le nazioni che lo avessero ratificato producessero almeno il 55% delle emissioni inquinanti; quest'ultima condizione è stata raggiunta solo nel novembre del 2004, quando anche la Russia ha perfezionato la sua adesione.
La novità del vertice di Copenhagen è consistita nell’aver tentato di coinvolgere anche i paesi in via di sviluppo, in particolare Cina, India e Brasile, in questa guerra alla CO2. I media, le agenzie intergovernative e la propaganda ambientalista ci hanno fatto pensare che le attività umane siano la causa del “Global Warming” e che quindi un azione congiunta dei governi del mondo sembra necessaria per prevenire il disastro. Per capire di cosa stiamo parlando occorre però fare delle considerazioni di carattere generale.
Partiamo dal clima. A tutt’oggi l’unica cosa certa è che il clima varia e sta variando, in che direzione è già più difficile dirlo. Cicli di caldo e freddo si sono alternati durante la storia del pianeta, più o meno con frequenza millenaria (almeno in base alle testimonianze storiche in nostro possesso). Prendendo un calendario e facendo due conti potremmo ipotizzare di essere all’inizio di un nuovo ciclo caldo (stando alle testimonianze storiche l’ultimo ciclo caldo è stato registrato intorno all’anno mille). Quando poi la storia scritta dagli uomini non ci viene più in aiuto, quella scritta dalla natura ci fornisce dati interessanti: nelle profondità dei ghiacciai dell’Antartide sono stati rilevati valori di CO2 molto più elevati di quanto ve ne siano attualmente, permettendoci di dire che anche i valori di questo gas serra hanno avuto delle variazioni durante la storia del pianeta indipendentemente dalla presenza dell’uomo.
La teoria del Global Warming. Si ipotizza che il riscaldamento del pianeta sia un male in se, che l’aumento delle temperature ridurrebbe il pianeta a un deserto invivibile per l’uomo. Possiamo porci alcune domande scandalose: è vera questa affermazione? Esiste la “prova provata” che il “pianeta blu” (la terra dallo spazio appare blu per la presenza di acqua) diventerebbe un pianeta grigio? La risposta è unica: no. Solo un paio di esempi. La Groenlandia si chiama così perché i primi esploratori (giunti nell’isola durante un ciclo caldo) la trovarono lussureggiante, da cui il nome: terra verde! Oggi fa talmente freddo che solo i muschi e licheni riescono a sopravvivere nel 16% del territorio, il restante è coperto da ghiacci. Anzi, nei cicli caldi, l’uomo ha saputo ingegnarsi e risolvere i problemi che la natura gli ha posto: in Inghilterra, intorno all’anno mille, si coltivava la vite. Il nocciolo della questione, sul quale gli scienziati non trovano accordo (anche se vi vuole far credere il contrario, vedi ad esempio il rapporto del Senato Americano dell’11 dicembre 2008 in cui si registra che a fine 2008 ben 650 “climatologi” contestavano apertamente la dottrina del “Global Warning”) è se il riscaldamento globale sia causato dall’uomo, dalle sue attività produttive, dal suo stile di vita.

Torniamo a Copenhagen. Le premesse del vertice (come del vertice di Kyoto e in generale dei vertici sul clima) vanno in un’unica direzione: l’uomo è responsabile del riscaldamento della terra e la sta distruggendo. E’ evidente che di fronte a questa affermazione qualcuno si ribelli, per diverse motivazioni. Nel caso degli Stati Uniti (anche se l’attuale Presidenza è sensibile al tema) per l’incertezza del problema (la domanda che si pone la classe dirigente statunitense è semplice: ma perché dovremmo investire risorse e tempo a risolvere un problema su cui non possiamo e non è necessario intervenire ?), mentre nel caso dei paesi in via di sviluppo per i sacrifici che gli si chiede di fare (la loro domanda è addirittura imbarazzante: perché ci chiedete di ridurre l’inquinamento e quindi di ridurre il nostro sviluppo? Abbiamo dei “problemini” come la fame che voi, paesi industrializzati e ricchi, avete risolto inquinando abbondantemente!).
E’ chiaro che il vertice non poteva avere successo. Inoltre non era previsto alcun impegno formale da parte dei governi nel caso si fosse deciso di ridurre della metà le emissioni di CO2, sarebbe stato un semplice documento farcito di buone intenzioni, ma che nessuno avrebbe potuto impugnare se non si fossero rispettati i patti.
Quello che ne è uscito è un documento in cui si rimanda al prossimo appuntamento di Città del Messico nel 2010, in cui gli ottimisti sperano di poter trovare un accordo sulle percentuali di riduzione, il che sembra una forzatura della realtà o peggio un progetto ideologico.
Non vogliamo però sottovalutare il problema: la tutela dell’ambiente è un urgenza da affrontare, ma non nei termini proposti a Copenhagen, cioè esclusivamente tecnica, attraverso la riduzione di gas inquinanti anche nei paesi in via di sviluppo. Inoltre il clima e le sue variazioni rappresentano solo un aspetto della tutela dell’ambiente e non costituiscono la priorità vera della questione, anche se è molto teatrale e impattante dal punto di vista comunicativo. Un esempio soltanto: la diga delle Tre Gole, in Cina, sebbene abbia dei risvolti positivi dal punto di vista economico, dal punto di vista generale è un opera assai discutibile. Circa 5.000.000 di persone sono state “trasferite” in altre località per fare spazio alla diga, distruggendo relazioni e rapporti umani preesistenti. Nel resto del paese 320 milioni di contadini non hanno accesso all’acqua potabile e 190 milioni bevono acqua inquinata. I numeri sono spaventosi, ma il messaggio che manda la Cina è semplice: “andremo avanti, costi quel che costi, senza preoccuparci delle persone che nel frattempo ci lasciano la vita!”.
Tecnicamente la diga delle Tre Gole è una soluzione a un problema, gli uomini che sono stati coinvolti erano una variabile risolta con un trasloco forzato senza tenere conto di cosa significhi sradicare famiglie e comunità da un territorio. La tecnica ha dunque fatto da padrone. Analogamente il vertice di Copenhagen voleva giungere a una soluzione tecnica di un problema che non si esaurisce solo con essa. Come dimostrato durante la conferenza (compreso il precedente dell’accordo di Kyoto) un punto di equilibrio fondato su percentuali di riduzione di inquinati non è raggiungibile e tantomeno stabile: le priorità e le necessità delle nazioni sono diversissime e possono variare nel tempo. Tagliare indiscriminatamente i gas inquinanti senza tenere conto che magari servono per la produzione alimentare e quindi condannare le popolazioni alla fame è altrettanto criminale che inquinare. La soluzione non è dunque tecnica. Questa è una declinazione della cultura, del modo di vedere la realtà e l’uomo. Per capirci, se il problema di fondo è salvare l’uomo mi ingegnerò a produrre cibo migliore senza inquinare (che significa semplicemente tenere pulita casa mia), ma se il mio problema è salvare il pianeta senza l’uomo allora mi potrei porre la domanda: perché devo produrre cibo per l’uomo?
L’unico punto di accordo possibile e stabile è da ricercare ad un livello più alto del mero aspetto tecnico e/o politico. L’uomo è uguale a se stesso a qualsiasi latitudine e longitudine, gli elementi fondamentali e costitutivi della comunità umana sono gli stessi al nord come al sud del mondo, possono cambiare le declinazioni, gli accidenti delle diverse cultura, ma i principi sono uguali nel tempo e nello spazio. L’affermazione, politicamente scorretta, non trova certamente l’approvazione dei partecipanti al vertice di Copenhagen, e l’uomo post-moderno in genere. Alla domanda “si può chiedere a tutti gli abitanti della terra un'unica visione della realtà, dell’uomo?” la risposta dei partecipanti al vertice, sarebbe stata, molto probabilmente, un deciso no! Noi rispondiamo un chiaro e limpido sì. Sì, perché la vita è sacra e intangibile sia per cristiano, per un mussulmano, o uno scintoista. Sì, perché la famiglia è il nucleo fondamentale di una comunità sia che mi trovi in Lapponia, in Uganda o in Australia. Sì, perché la libertà responsabile degli esseri umani è uguale sia negli Stati Uniti che in Cina. Ecco perché il punto di equilibrio è possibile trovarlo solo a un livello superiore alla tecnica, che è una declinazione di una cultura, è possibile trovarlo solo nella verità delle cose, nella verità sull’uomo, valida ovunque e sempre.

Questa è la via indicata magistralmente da Benedetto XVI, nel messaggio per la celebrazione della giornata mondiale per la pace del 1° gennaio 2010, e nell’Enciclica Caritas in veritate. Il creato deve essere tutelato perché “la creazione è l'inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio”, e dunque fondamento per la vita stessa dell’uomo. Ma il creato, che comprende anche l’uomo, deve essere tutelato rispettando “la grammatica del libro della natura”. Se sostituiamo alla verità delle cose (la grammatica del libro della natura), con una nostra idea di creato e di uomo, la nostra azione non corrisponde più alla tutela dell’uomo e della natura, ma a una volontà ideologica di dominio sul creato (sia i dirigenti di Copenhagen che quelli di Pechino, da posizioni diametralmente opposte esprimono la stessa volontà di fronte alla natura) e sugli altri esseri umani.
Ciò non basta: la Verità deve avere come ancella la Carità. La splendente azione del buon Samaritano che si piega sul debole e lo accompagna verso la salvezza è il segno di come i paesi avanzati si possono/devono porre di fronte al problema ambientale nei paesi in via di sviluppo. La condivisione di tecnologie pulite, l’educazione e la difesa dei diritti umani è la possibile alternativa alle politiche attualmente in auge da parte delle Nazioni Unite (che tra l’altro prevedono l’invio a pioggia di soldi senza un controllo sul loro utilizzo, la sterilizzazione delle donne e la promozione dell’aborto).
L’esortazione “se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato” oggi ha un’urgenza particolare, che va ben oltre il problema tecnico-politico della questione ecologica, ma che riguarda l’uomo stesso; riguarda, come sottolinea Benedetto XVI , “l’ecologia umana”, ovvero la grammatica con cui è stato scritto il libro della natura di cui l’uomo è protagonista e custode. La strada per custodire il creato non parte da Copenhagen, ma da Roma.
Lupo dal pelo grigio
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